Imballaggi & Dilemmi… – Un’intervista di Silvia Fabbri ad Andrea Zucchi

Posted on 4 Agosto, 2013

2013 Silvia Fabbri, Imballaggi & Dilemmi. Intervista ad Andrea Zucchi, catalogo della mostra / exhibition catalogue, Skira Editore, Fondazione Stelline, Milano.

Silvia Fabbri: In questo nuovo ciclo di opere dal titolo significativo “Doppio gioco” appare evidente un forte scarto con il tuo lavoro precedente: l’emergere sulle tue tele di un cromatismo accentuato, virato su colori fluo e quasi pop, e l’apparizione inedita di lavori tridimensionali, con forme astratte, creati utilizzando materiali da imballaggio di oggetti elettronici, da cui il nome appunto “Imballaggi”. Si tratta di due filoni del tuo lavoro che consideri indipendenti l’uno dall’altro, ognuno con un’origine e un percorso a se stante?

Andrea Zucchi: Sono due cicli di lavori indipendenti e contrapposti che ho sviluppato parallelamente e che solo in seguito ho deciso di far confluire insieme. L’unico denominatore è la gamma cromatica, che nella mia testa più che fluo/pop è quella di un estroso manierista andato a ravvivare i panni a Bollywood. Mentre iniziavo questa “ricreazione ottocentesca”, per sfogare sino in fondo la mia predisposizione all’inattualità, ho sentito l’esigenza di compensare questa deriva con qualcosa di più leggero e modernista. A dirla tutta, all’inizio pensavo di presentare gli “Imballaggi” sotto pseudonimo, e forse senza quel retro-pensiero, che mi ha permesso di affrontarli con un certo distacco, li avrei subito abortiti.

S.F: Nel corso del tuo lavoro, è stato detto che un elemento costante si possa riconoscere nell’accostamento di elementi dissonanti tra loro, che funzionino come tratti compositivi di schermatura e di disturbo: nei primi quadri degli anni novanta, ad esempio, si tratta di righe composte con il normografo sovrapposte alla figurazione novecentesca, alla fine degli anni novanta, nella serie zoologica e nei “quadri polari”, si tratta di elementi quadrati o rettangolari geometrici, colorati, astratti, mentre nelle opere dei primi anni del duemila sono le white lines, linee bianche orizzontali e verticalidi demarcazione che si sovrappongono all’immagine; ritieni gli “Imballaggi” un’evoluzione installativa e funzionale, con analogo ruolo stilistico, di questi elementi compositivi?

A.Z: Le varie schermature che sovrapponevo ai miei dipinti erano dei tentativi di ri-focalizzare l’attenzione sulle immagini sottostanti, in un’epoca in cui queste, per la loro sovrabbondanza, sono divenute piuttosto irrilevanti e intercambiabili. Allo stesso tempo erano anche una forma di auto-critica e negazione rispetto a quello che sentivo essere i limiti di quel tipo di figurazione. Ma era un procedimento artificioso che aggiungeva solo qualche nota dissonante a un rumore di fondo già troppo saturo. In un certo senso gli “Imballaggi” sono uno scorporo di quegli elementi, che via via ho eliminato dai dipinti e che sono rispuntati fuori per vivere autonomamente. E possono facilmente espandersi con un potenziale da istallazione che vorrei tenere ancora a freno. Prima di moltiplicarli preferisco verificare la loro capacità di resistenza come entità singole.

S.F: Nella serie degli “Imballaggi” le sagome formano sempre composizioni astratte, con forti giochi di pieni e vuoti, con una tavolozza molto vicina a quella della nuova serie di dipinti. Ma già nelle tue opere degli anni Novanta comparivano accanto alle figure forme regolari geometriche, vere e proprie parti di composizione astratta, che richiamano il neoplasticismo di Mondrian, Kandiskij, Klee, Delaunay e l’astrazione geometrica, come anche la tradizione dell’objet trouvé… Quanto forza e influenza ha avuto nel tuo lavoro lo studio e la riflessione sulla pittura astratta?

A.Z: Sono state parti importanti del mio imprinting avanguardista, che ho però velocemente rimosso a favore di una bistrattata figurazione, perché ho una certa predisposizione a schierarmi con le forze minoritarie e le cause perse. Oggi che l’astrazione è di fatto regredita in una posizione marginale, la trovo di nuovo poetica e affascinante. Inoltre sto lentamente riavvicinandomi a una visione “teosofica” del cosmo, che è all’origine del pensiero dei primi astrattisti.

S.F: Le tue letture come la tua formazione storico-artistica sono molto ampie, e spaziano dalla storia del’arte alla fantascienza, dalla filosofia al fumetto…. come varie e complesse sono state le tue fascinazioni per artisti e movimenti; quanto hanno influito questi vari filoni nel nuovo ciclo del tuo lavoro? Quali sono in quest’ambito i tuoi referenti e i tuoi maestri?

A.Z: Ci terrei a precisare che non leggo più fumetti dall’età di 16 anni, anche se ho amato moltissimo Moebius e credo che la sua influenza è tornata fuori nei disegni a biro sviluppati in questi anni. Non sono certo uno studioso, ma un lettore dilettante curioso della storia e del pensiero dell’Umanità in generale. Il nucleo però più vasto delle mie letture converge, a parte un poco di Grecia, India ed esoterismi vari, sull’XIX secolo.

Come Maestro sceglierei Goethe, come amici Baudelaire, Flaubert e Dostoevskij.

S.F: Come nasce un “Imballaggio”? Quali sono i criteri, di qualunque ordine siano, con cui scegli le forme e i colori, come anche le dimensioni degli “Imballaggi”? Ritieni ogni pezzo un unicum a se stante o li associ secondo un ordine formale e compositivo, seguendo un percorso creativo e concettuale che attribuisce al gruppo o alla serie un particolare significato?

La scelta di usare materiali di scarto, “bassi” come appunto gli imballaggi, ha una qualche valenza pop, o è una rivisitazione concettuale del ready-made alla Duchamp, oppure è solo un’occasione, un pretesto per trovare strane e inedite forme?

 

A.Z: Nasce sopratutto con la fortuna di trovarne uno nelle pattumiere condominiali…

Le forme vi sono già tutte contenute, io non invento mai niente, riordino quello che trovo e che stimola la mia poca immaginazione. Solo i colori sono farina del mio sacco e credo anzi un po’ boriosamente di essere un eccellente colorista. Come dicevo prima sono opere che al momento sviluppo singolarmente, e vorrei che stiano in piedi come composizioni a se stanti, anche se si prestano sin troppo facilmente all’elaborazione seriale. Con il Pop e il Concettuale non credo di aver molto a che fare, mentre mi troverei a mio agio in una discendenza Dada, in questo caso con tanto Arp, e Duchamp parzialmente incluso.

 

S.F: Hai scritto una volta che “volere dare un senso alle cose è un’operazione che generalmente compiamo a posteriori. Giustifichiamo col pensiero ciò che il nostro istinto ci porta a fare”. Ritieni che anche per gli “Imballaggi” si possa parlare di un processo in qualche modo “istintuale”, una sorta di gioco tra forma e colori o si tratta di un rigoroso rapporto di forme e volumi studiato a tavolino?

 

A.Z: Solo con l’unione consapevole di istinto e rigore il gioco diviene interessante.

 

S.F: Consideri gli “Imballaggi” il punto di partenza per un ulteriore lavoro di ricerca che può avere anche esiti inaspettati o li vedi comunque come un’esperienza a latere del lavoro pittorico, che rimane il tuo mezzo espressivo privilegiato? Insomma, ci potremmo aspettare in futuro uno Zucchi installativo o addirittura scultore? Sei un artista astratto o figurativo insomma, o non hai ancora risolto il dilemma tra le tue due anime?

 

A.Z: i miei dilemmi non riesco proprio a risolverli, ma ci convivo benino depotenziandoli in trilemmi, pentalemmi, dodecalemmi…a chiusura della mostra, come trait d’union tra i due cicli di lavoro, sto inserendo delle sculture di panneggi dipinti, abbandonati sul pavimento, con sagome informi e quasi astratte. Come insegnano gli Indù, è l’illusione del mentale che frammenta e separa la realtà, che è connessione di tutto con il tutto.